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Stefano Orfei Nones racconta la vita da circo: fummo bloccati in Iran durante la Rivoluzione islamica

Il figlio di Moira Orfei al Fatto: «Subivamo gli assalti. Ero piccolo, mi diedero un’accetta e dissero: “se vedi una mano alla finestra, taglia”. Quando fu assalito da una tigre»


Il Fatto Quotidiano di oggi regala una perla. Una lunghissima intervista a Stefano Orfei Nones, il figlio di Moira Orfei e Walter Nones. “Uno degli ultimi discendenti dell’arte circense”, lo definisce giustamente il quotidiano. Dirige il circo di famiglia da qualche anno. Ha trascorso tutta la sua vita tra animali, polvere, polemiche e riflettori. La racconta. Racconta anche la pausa a cui, per la prima volta, il suo circo è stato costretto, a causa della pandemia. Finora, al massimo, si era fermato per tre settimane di vacanza a giugno.

“L’unica altra volta di uno stop così prolungato è stato al tempo della guerra in Iran, con la Rivoluzione islamica“.

Era il settembre 1977. La sua famiglia fu invitata in Iran dallo Scià.
“Siamo partiti da San Donà di Piave, destinazione Teheran: un viaggio in treno lungo 18 giorni, e composto da due carovane speciali con 70 vagoni, più cinque camion rimorchio”.

Racconta un Paese molto meno arretrato di quanto si pensi.
“Erano più avanti dell’Italia, con i centri commerciali, la televisione via cavo, la Cnn collegata, e mia zia che guardava Sentieri. Lì ho bevuto la prima lattina di 7Up e frequentato la scuola italiana“.

La tappa successiva, dopo Teheran, fu il Mar Caspio. Dovettero difendersi dagli integralisti che gli bruciavano i tendoni.
“I miei organizzarono un controllo notturno con tanto di torretta. Il paradosso era che il giorno la polizia manganellava le persone per il troppo caos al botteghino; la notte, sempre la polizia, ci proteggeva da chi ci voleva morti”.

Ma la famiglia Orfei-Nones andò avanti imperterrita: ogni sera c’erano 1800 spettatori da intrattenere. Impossibile fermarsi.
Stefano racconta la sua famiglia. Da piccolo era più propenso a chiedere consiglio alla madre, poi, crescendo, è passato al padre.

“Era un uomo distaccato, focalizzato sul lavoro e attento alle regole”.

Racconta la sua vita da ragazzo.
“Non ho vissuto l’adolescenza, ho sempre studiato e lavorato; a 15 anni ho smesso con i libri e mi sono dedicato al circo. A 42 anni, grazie a Reality Circus, ho conosciuto Brigitta Boccoli, poi diventata mia moglie: i primi tempi, quando uscivamo con i suoi amici, sentivo parlare di “settimana bianca”. Zitto, annuivo. Dopo venti giorni ho ceduto e ho domandato: “Ma cos’è questa settimana bianca?””.

Nessun rimpianto, però, per l’adolescenza mancata.
“Sono cresciuto con delle regole. Per i circensi niente fumo, niente alcool, niente droghe; oltre agli spettacoli giocavo a pallone, poi mi dedicavo al trapezio, lavoravo con i cavalli e assistevo tigri ed elefanti“.

Torna ancora con i ricordi all’Iran. Racconta gli assalti subiti a Babol, con mille persone che volevano dare fuoco al circo. Anche lì riuscirono a salvarsi.
“Piazziamo la corrente elettrica intorno a noi, prepariamo i leoni e le tigri da scagliare contro, mentre noi bambini veniamo chiusi in un tir e a me consegnata un’accetta: “Se vedi una mano alla finestra, non pensare, taglia”. Alla fine ci fu un accordo: potevamo mettere in scena lo spettacolo, e subito dopo andare via; solo che due ragazzi decisero di lanciarci una bomba, ma a uno dei due gli scoppiò in mano”.

A Teheran, invece, rimasero fermi cinque mesi. Era l’epoca della rivoluzione e delle fosse comuni.
“Poi a ottobre mia mamma riuscì a tornare a casa e con lei mia sorella: appena in Italia, cercò sponde e aiuti nella politica ma Andreotti si rifiutò. Mamma tentò il suicidio, l’armatore Achille Lauro mandò una nave a prenderci, e lo Scià ci riconsegnò i passaporti prima di abbandonare il Paese. Mamma era estrema in ogni manifestazione, conosceva alla perfezione la comunicazione”.

I genitori si erano conosciuti sotto il tendone di Orlando Orfei, nel 1961. Dopo due anni erano sposati e avevano il loro circo. Una vita passata così, anche quando nacque lui.
“Potevo cambiare scuola ogni quattro giorni e tutte le volte che entravo in una classe nuova la maestra mi presentava e, sistematicamente, con il tono di voce da idea originale, proponeva un tema sul circo. Io scrivevo sempre lo stesso”.

Stefano racconta la madre. La ricorda da struccata, immagine abbastanza inedita per come tutti conoscono Moira Orfei.
“Con i capelli lunghi, ancor più bella e la pelle perfetta: dai suoi vent’anni aveva smesso di prendere il sole, e non c’è una foto di lei senza trucco e senza “cofana” in testa; se non era perfetta, non usciva”.

In una vita da circo può capitare anche di essere aggrediti da… una tigre.
“Un errore da idiota: dopo 200 repliche ho cambiato il mantello, la tigre non mi ha riconosciuto e mi ha aggredito. Quei tagli non si possono ricucire, altrimenti viene l’infezione. E non parliamo di graffi. Mi ha aperto la testa, dalla fronte fino a dietro la nuca, e mi è saltata una parte di orecchio; poi mi ha ferito la mano, dietro la schiena (e alza la maglietta), e uno squarcio sulla coscia”.

Mai ricevuto un rimprovero dai genitori.
“Avevo troppo rispetto, non ho mai sgarrato: a 19 anni ho chiesto a mio padre se potevo uscire con una ragazza, c’era una festa; lui: “Meglio di no, chissà che gente c’è”. Ho obbedito”.

Oltre al circo solo una passione, il calcio.
“Ho giocato nella Primavera del Genoa e dovevo finire in C1, ma ho rinunciato per un altro “no” dei miei. Un po’ è un rimpianto, ma ho portato avanti la nostra storia; mia moglie mi rimprovera perché secondo lei sono più in ansia se sta male uno dei miei animali che uno dei nostri figli. Sono cresciuto così: mio figlio ha la mamma, l’animale ha solo me“.

E poi ci sono i pregiudizi, tanti, sulla gente di circo.
“Spesso ci confondono con i rom, e secondo la leggenda i circensi sono dei ladri acrobatici, in realtà chi lavora nel circo non muore di fame, non ha bisogno di rubare. Guadagna due o tremila euro, ma è spesato, vive nel circo, quindi mette tutto da parte; (sorride) la gente ha da sempre un po’ paura di noi, ci considera pericolosi”.

Ma è soltanto una questione di fama, spiega.
“È più la fama, ma siamo cresciuti per strada, conosciamo le regole, sappiamo difenderci ed è vero: alcuni circensi sono pericolosi, se provocati alzano le mani e sanno pure come“.

Stefano ha entrambi i cognomi dei genitori. Il suo cognome è Orfei Nones.
“Nel 1986 tramite il presidente Pertini mi hanno cambiato il cognome e anteposto quello di mia madre. Non ero d’accordo, poi negli anni ho capito che avevano ragione i miei: per papà era più importante l’attenzione sullo spettacolo; (ci pensa) per l’ambiente circense sono il figlio di Walter Nones, per il pubblico sono il figlio di Moira Orfei o il marito di Brigitta Boccoli, e a scuola di mio figlio sono il papà di Manfredi”.

E conclude raccontando chi è:
"Uno che ha sulle spalle una tradizione meravigliosa”.


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